Archivio di Gennaio 2007

Dammi due parole…

Giovedì 25 Gennaio 2007

Motori di RicercaContinua la maturazione degli utenti dei motori di ricerca, dopo il segnale incoraggiante fatto segnare lo scorso anno. Al primo posto si confermano sempre le ricerche composte da due parole, seguite da quelle di tre parole. Al quarto posto le queries composte da una sola parola.

1. Two-word phrases — 28.38 percent
2. Three-word phrases — 27.15 percent
3. Four-word phrases — 16.42 percent
4. One-word phrase — 13.48 percent
5. Five-word phrases — 8.03 percent
6. Six-word phrases — 3.67 percent
7. Seven-word phrases — 1.63 percent
8. Eight-word phrases — 0.73 percent
9. Nine-word phrases — 0.34 percent
10. Ten-word phrases — 0.16 percent

Google risponde al Sausage Manifesto

Giovedì 18 Gennaio 2007

La risposta di Google al manifesto di Rohrs non si è fatta attendere. Ci ha pensato Shuman Ghosemajumder, responsabile del team di click quality a Mountain View. Ne riporto sommariamente i dettagli, che ho letto su SearchEngineWatch.

Punti 1-2. Google sta lavorando per promuovere sempre più trasparenza nei rapporti con gli advertisers.

Punto 3. Google investe molto più che proporzionalmente al problema.

Punto 4. Google non promuove il conversion tracking quale soluzione al click fraud, ma in quanto strumento per aiutare a far luce su eventuali episodi fraudolenti. In presenza di click fraud, è molto probabile che vi sia un abbassamento anomalo del ROI.

Punto 5. Il customer service è una priorità per Google, al punto che l’azienda adotta politiche e sistemi atti a valutare la qualità e i tempi delle risposte.

Punto 6. Google aggiunge quotidianamente ai propri siti nuovo materiale da consultare per far fronte al click fraud. Inoltre cerca di comunicare molto di più tramite i blogs e i forum pubblici.

Punto 7. Google partecipa al Click Measurement Working Group per definire alcuni parametri di partenza da condividere ed accettare. Ad esempio in cosa consiste un click da un punto di vista tecnologico. Di qui è poi possibile arrivare a definire il click fraud e i clicks non validi.

Punto 8. Google ha più volte espresso perplessità (ma va?!) sui click fraud reporting tools utilizzati da aziende terze per tracciare i clicks fraudolenti.

Punto 9. Perseguire legalmente i casi di click fraud vorrebbe dire per Google svelare metodi che potrebbero essere utilizzati proprio per alimentare il sistema fraudolento.

Punto 10. Il Click Measurement Working Group è un ottimo luogo in cui discutere la realizzazione di un Click Fraud Perp Registry.

Punto 11. Google condivide molte più informazioni di quanto non facesse in passato. I nuovi strumenti di reportistica per i clicks fraudolenti ne sono una prova tangibile.

Risposte di circostanza. In realtà Google ha tutto da guadagnare dal perverso sistema del click fraud. Almeno in tempi brevi. Il rischio è che cresca la sfiducia. Ed accanto ad essa la voglia/necessità di guardarsi intorno.

Ma, parliamoci chiaro, oggi (e pure domani) è veramente possibile prescindere da Google per essere visibili su Internet?

Inside AdSense in Italiano

Giovedì 18 Gennaio 2007

Google AdSenseIl primo (o secondo, dovrei dire) post dublinese non poteva che parlare italiano :-)

Inside AdSense sbarca nel Bel Paese per allietare i palati sopraffini dei webmaster nostrani. Aggiornamenti, consigli e indicazioni per chi non è proprio “amico” della lingua inglese.

Buona lettura e… buon guadagno!

P.S.: siate bravi… e non alimentate il click fraud :-)

The Sausage Manifesto

Lunedì 8 Gennaio 2007

Poche ore ormai mi separano dalla nuova vita dublinese. Emozionato? Stanco, direi. Me ne sarei andato un mese fa, quando tutto sembrava così chiaro. Cristallino. Sarà una frase fatta, ma le attese snervano. E così mi prendo una pausa dal tiro alla valigia e con il portatile acceso fra un mare di abiti sparsi, leggo divertito il Sausage Manifesto, ispirazione notturna di Jeffrey Rohrs, storico moderatore ai SES su questioni legate al click fraud.

Chi scrive alle 4 del mattino, di solito rischia di delirare. Al quarto caffè e con occhi simili a uove sode, digita i tasti del computer in preda allo stream of consciousness. Joyce gli fa un baffo. Ma è proprio in questi orari insoliti che nascono le cose migliori. Gli 11 punti del Sausage Manifesto, oltre ad essere esilaranti, hanno il compito (arduo) di risvegliare i dormienti: Google (in testa), Yahoo e MSN.

Vediamoli.

  1. Parlate, ma non fate lezioni. Non siamo bambini. Siamo professionisti e spendiamo milioni di dollari in piccole pubblicità testuali. Se pensiamo che ci sia un problema, vuol dire che il problema c’è.
  2. Apprezzate le nostre diversità. Per alcuni di noi 1.000 dollari sono un sacco di soldi. Quindi prendete atto che non tutti disponiamo di budget milionari e soprattutto non abbiamo tempo di fornirvi prova dei clicks non validi.
  3. Investite proporzionalmente al problema. Che sia fondato o meno, molti di noi hanno il sospetto che guadagnate più dai clicks non validi (inclusi i clicks fraudolenti) di quanto non spendiate per prevenirli. Se i vostri dati vi dicono che il click fraud è al di sotto del 2%, allora investite l’equivalente in prevenzione.
  4. Prendete atto che il tracciamento da solo non è la risposta al problema. Sappiamo che è nostro dovere implementare sistemi di monitoraggio delle conversioni. Ma ciò non significa che dobbiamo necessariamente essere in grado di identificare i clicks fraudolenti.
  5. Migliorate il servizio di assistenza dedicato al Click Quality. Nell’offline si dice che il cliente ha sempre ragione. E allora come mai abbiamo la sensazione che nel paid search il cliente abbia sempre torto, a meno che non produca prove a sufficienza per dimostrare il contrario?
  6. Costruite un Resource Center dedicato al Click Quality. Sappiamo che non potete risalire all’intenzione di chi clicca. Così anche un utente in buona fede potrebbe ritrovarsi a cliccare più volte su uno stesso annuncio all’interno di una medesima sessione. Ma il problema è che in questi casi voi comunicate poco e male la vostra policy.
  7. Collaborate con il Click Measurement Working Group dello IAB. Sembra ci vogliano anni per arrivare ad una qualche conclusione. Per avere credibilità, il gruppo deve muoversi più velocemente rispetto alle previsioni.
  8. Siate corretti con gli altri. Sappiamo che non vi piacciono le terze parti che si occupano di identificare i clicks fraudolenti. Ma che lo vogliate o meno quelle aziende esistono. Significa semplicemente che non ci fidiamo dei vostri sistemi.
  9. Mettete qualcuno dietro le sbarre. Il click fraud esiste da quando è nato il PPC. Eppure nessuno è mai finito in galera per questo.
  10. Create un Cllck Fraud Perp Registry in cui spiegare le nuove tattiche di prevenzione e comunicare gli attori che secondo voi agiscono in modo poco trasparente.
  11. Siate bravi a condividere i vostri dati così come lo siete nelle vostre PR.

Secondo Rohrs quella del click fraud non è tanto una guerra degli advertisers contro i motori di ricerca in quanto tali, ma contro i motori in qualità di media sellers. Per questo sono necessari dei “third-parties” riconosciuti in grado di rilevare i clicks fraudolenti e certificarne l’esistenza.

Conclusioni condivisibili. C’è da augurarsi che il fenomeno (ancora largamente sottovalutato in Europa) venga affrontato e risolto prima che ci travolga con la veemenza con cui si è abbattuto negli States.

Professionisti e motori

Giovedì 4 Gennaio 2007

C’era una volta il binomio donne e motori. Bei tempi. Sinuose e procaci signorine adagiate su fiammanti bolidi a quattro (o due) ruote, con sguardo da panterona e movimenti lascivi.

Nell’era di Google, i motori per eccellenza sono i motori di ricerca e accanto ad essi vanno di moda i professionisti. Managers e motori. Non è altrettanto stuzzicante, ma that’s the way of the world. Andranno d’accordo o no?

La risposta arriva da una ricerca condotta da Convera, dalla quale emerge che i professionisti non sono troppo soddisfatti dei motori di ricerca. I soliti perfezionisti.

  • Solo il 21% degli intervistati pensa che la ricerca sia stata effettivamente “compresa” dai motori.
  • Solo un professionista su 10 trova quello che sta cercando al primo tentativo.
  • Il 70% del campione finisce con l’essere sviato dai risultati di ricerca e si ritrova inavvertitamente su siti che non intendeva visitare.
  • Solo il 40% degli intervistati è realmente soddisfatto dei risultati di ricerca.

Una schifezza insomma. In sostanza, secondo i professionisti, i motori di ricerca sarebbero più vicini ai consumers che alle loro esigenze.

Difficile dargli torto. Se cercate la parola “Sony” su Google, non troverete di certo la storia dell’azienda e il suo profilo finanziario, ma una carrellata di siti che offrono prodotti Sony: videocamere, portatili, televisori, ecc.

Eppure basterebbe un minimo di sforzo… che so… cercare “storia Sony” per trovare informazioni più adatte ad esigenze professionali.

I motori di ricerca sono “consumer oriented” in quanto basati sul concetto di popolarità. Su questo assunto ruota il Page Rank. E’ ovvio, dunque, che le informazioni di cui sono alla ricerca i professionisti non rientrano propriamente nella categoria delle ricerche popolari.

Le questioni sono 2: o i professionisti imparano ad usare i motori in modo diverso (agendo più da professionisti e meno da consumatori) oppure è ora di far largo ai motori verticali.


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