The Sausage Manifesto
Poche ore ormai mi separano dalla nuova vita dublinese. Emozionato? Stanco, direi. Me ne sarei andato un mese fa, quando tutto sembrava così chiaro. Cristallino. Sarà una frase fatta, ma le attese snervano. E così mi prendo una pausa dal tiro alla valigia e con il portatile acceso fra un mare di abiti sparsi, leggo divertito il Sausage Manifesto, ispirazione notturna di Jeffrey Rohrs, storico moderatore ai SES su questioni legate al click fraud.
Chi scrive alle 4 del mattino, di solito rischia di delirare. Al quarto caffè e con occhi simili a uove sode, digita i tasti del computer in preda allo stream of consciousness. Joyce gli fa un baffo. Ma è proprio in questi orari insoliti che nascono le cose migliori. Gli 11 punti del Sausage Manifesto, oltre ad essere esilaranti, hanno il compito (arduo) di risvegliare i dormienti: Google (in testa), Yahoo e MSN.
Vediamoli.
- Parlate, ma non fate lezioni. Non siamo bambini. Siamo professionisti e spendiamo milioni di dollari in piccole pubblicità testuali. Se pensiamo che ci sia un problema, vuol dire che il problema c’è.
- Apprezzate le nostre diversità. Per alcuni di noi 1.000 dollari sono un sacco di soldi. Quindi prendete atto che non tutti disponiamo di budget milionari e soprattutto non abbiamo tempo di fornirvi prova dei clicks non validi.
- Investite proporzionalmente al problema. Che sia fondato o meno, molti di noi hanno il sospetto che guadagnate più dai clicks non validi (inclusi i clicks fraudolenti) di quanto non spendiate per prevenirli. Se i vostri dati vi dicono che il click fraud è al di sotto del 2%, allora investite l’equivalente in prevenzione.
- Prendete atto che il tracciamento da solo non è la risposta al problema. Sappiamo che è nostro dovere implementare sistemi di monitoraggio delle conversioni. Ma ciò non significa che dobbiamo necessariamente essere in grado di identificare i clicks fraudolenti.
- Migliorate il servizio di assistenza dedicato al Click Quality. Nell’offline si dice che il cliente ha sempre ragione. E allora come mai abbiamo la sensazione che nel paid search il cliente abbia sempre torto, a meno che non produca prove a sufficienza per dimostrare il contrario?
- Costruite un Resource Center dedicato al Click Quality. Sappiamo che non potete risalire all’intenzione di chi clicca. Così anche un utente in buona fede potrebbe ritrovarsi a cliccare più volte su uno stesso annuncio all’interno di una medesima sessione. Ma il problema è che in questi casi voi comunicate poco e male la vostra policy.
- Collaborate con il Click Measurement Working Group dello IAB. Sembra ci vogliano anni per arrivare ad una qualche conclusione. Per avere credibilità, il gruppo deve muoversi più velocemente rispetto alle previsioni.
- Siate corretti con gli altri. Sappiamo che non vi piacciono le terze parti che si occupano di identificare i clicks fraudolenti. Ma che lo vogliate o meno quelle aziende esistono. Significa semplicemente che non ci fidiamo dei vostri sistemi.
- Mettete qualcuno dietro le sbarre. Il click fraud esiste da quando è nato il PPC. Eppure nessuno è mai finito in galera per questo.
- Create un Cllck Fraud Perp Registry in cui spiegare le nuove tattiche di prevenzione e comunicare gli attori che secondo voi agiscono in modo poco trasparente.
- Siate bravi a condividere i vostri dati così come lo siete nelle vostre PR.
Secondo Rohrs quella del click fraud non è tanto una guerra degli advertisers contro i motori di ricerca in quanto tali, ma contro i motori in qualità di media sellers. Per questo sono necessari dei “third-parties” riconosciuti in grado di rilevare i clicks fraudolenti e certificarne l’esistenza.
Conclusioni condivisibili. C’è da augurarsi che il fenomeno (ancora largamente sottovalutato in Europa) venga affrontato e risolto prima che ci travolga con la veemenza con cui si è abbattuto negli States.
8 Gennaio 2007 alle 11:19
Il manifesto sul click fraud
Nei giorni scorsi ho visto l’interessante e schiettoSausage manifesto indirizzato ai motori di ricerca. Pensavo di scriverne perché racchiude molti degli auspici che gli inserzionisti e le agenzie SEM chiedono da tempo. Emiliano su Controrete ha fatt…
13 Gennaio 2007 alle 19:32
Attenzione, c’è una legge in Italia e penso anche in Europa che proibisce la pubblicazione di siti business non di privati senza privi dei dati
dell’Azienda e della partita IVA: perchè Google non penalizza pesantemente sia come risultati naturali che come Adwords e Adsense tutti i siti Business Anonimi?
Sarebbe una cosa graditissima da tutti (alla fine positiva per l’immagine di Google ) anche da quelli come noi che pagano fior di soldi di pubblicità Adwords.
Ho segnalato a Google e a Yahoo (stesso problema) ma, guarda caso, non mi
hanno risposto (mentre quando si tratta di altro sono rapidi).
Passo ad un altro grave problema similare (quello del MLM: Herbalife, Gano, già denunciato dalla Food and Drug Admnistration, ecc.): ci sono migliaia di siti nelle prime pagine (grazie, il rank si rafforza, si linkano fra loro) di piccole Home Based Businesses con stessi prodotti e uguale contenuto (a titolo di esempio cito la query “healthy coffee”): non si accorge Google che sono siti tutti similari? Si, penso se ne accorga certamente ma come sopra chiude un occhio perchè sono grandi clienti nel loro insieme!
Perchè non facciamo tutti qualcosa, per esempio mandando tutti in massa lettere a Google per i problemi citati? Aiutiamoci!
18 Gennaio 2007 alle 03:45
[…] La risposta di Google al manifesto di Rohrs non si è fatta attendere. Ci ha pensato Shuman Ghosemajumder, responsabile del team di click quality a Mountain View. Ne riporto sommariamente i dettagli, che ho letto su SearchEngineWatch. […]
9 Maggio 2007 alle 23:13
[…] Sull’onda del Sausage Manifesto, ecco dunque l’ennesima richiesta di trasparenza e serieta’. Il punto numero 7 e’ quello su cui si sta polemizzando di piu’, ma vari Google, Yahoo e MSN fanno orecchi da mercante. Mi pare improbabile che siano disposti a cedere… […]