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The Search

Lunedì 23 Gennaio 2006

The SearchSu The Search, di John Battelle, c’è ormai ben poco da dire. Ho finito di leggere il libro all’inizio di dicembre e da allora, fra impegni lavorativi e feste natalizie, ho cercato invano tempo e ispirazione per buttare giù una recensione all’altezza del lavoro di Battelle. Ardua impresa. Anche perché nel frattempo molti “addetti ai lavori” hanno parlato del libro, ciascuno enfatizzandone alcuni tratti significativi.

Affascinato dal “database of intentions”, Mauro sposa in pieno l’importanza dello studio delle queries quale strumento per comprendere le “intenzioni” degli utenti. Partendo dai bisogni, dai desideri, dagli interessi del mercato, il paid search rappresenta “the driver of the commercial internet”.

All’insegna della diplomazia che il suo ruolo gli impone, Stefano considera The Search “un libro molto ben scritto, che critica il giusto ed esalta l’appropriato, senza scadere né da una parte né dall’altra”.

Parole di elogio anche da Matteo Balzani, secondo il quale il libro di Battelle è “utile, interessante, dettagliato, ma anche appassionante e per alcuni aspetti illuminante”.

Personalmente non posso che condividere l’apprezzamento che circonda The Search. Trovo che costituisca una lucida testimonianza del ruolo della ricerca nella rinascita di un settore dato troppo presto per spacciato. Il grande merito di Bill Gross, mitico fondatore di Overture, è stato proprio quello di aver creato un nuovo business model, basato sul pull marketing applicato ai motori di ricerca. Un modello performance-based che “ha riscritto le regole del business e trasformato la nostra cultura”.

E’ paradossale che proprio Overture, società poi acquisita da Yahoo, sia all’origine del fenomeno tecnologico-mediatico-economico-finanziario degli ultimi anni: Google.

Se infatti è vero che Gross ha creato un nuovo business model, è altrettanto vero che la triade Page-Brin-Schmidt lo ha fatto proprio, elevandolo all’ennesima potenza grazie ad una piattaforma pubblicitaria straordinariamente efficace (AdWords) e ad un network di publishers che ormai conta milioni di siti nel mondo (AdSense).

Cos’altro aggiungere? The Search è un libro da non perdere. Consiglio scontato, forse, ma vero: tanto per gli esperti e gli appassionati del settore, quanto per coloro che vogliono sapere che cosa è cambiato negli ultimi cinque anni e che cosa ci aspetterà nel prossimo futuro.

La caduta di Hyperion

Lunedì 29 Agosto 2005

LibriAbbiamo lasciato i nostri pellegrini nei pressi delle Tombe del Tempo, fatalisticamente entusiasti di confrontarsi con lo Shrike, terribile entità proveniente dal futuro che viaggia a ritroso nel tempo per seminare morte e distruzione fra gli uomini. Intanto la guerra infuria nella galassia. Gli Ouster hanno iniziato l’invasione di Hyperion e stanno minacciando molti altri pianeti dell’Egemonia.

La trama scorre in modo lineare (ma non per questo meno avvincente), finché Simmons non introduce un elemento soltanto accennato in Hyperion, le Intelligenze Artificiali del Nucleo, conferendo al suo romanzo connotati decisamente cyberpunk. Nel primo volume della Saga apprendiamo che l’Egemonia ha stretto un patto con le IA, in base al quale gli umani possono disporre del teleporter, rivoluzionaria tecnologia che consente il passaggio immediato fra i mondi della Rete. Tutto però ha un prezzo…

E così ciò che sembrava moralmente chiaro e definito (da una parte i “cattivi” Ouster, dall’altra i “buoni” dell’Egemonia) viene sconvolto da una variabile che spinge i lettori a riconsiderare tutto con occhi diversi. Che ruolo hanno le IA nello scacchiere delineato dall’autore? Sono effettivamente al servizio dell’Uomo? E gli Ouster costituiscono veramente una minaccia?

Scorrendo le pagine del romanzo, scopriamo che se lo scopo dei pellegrini è quello di avvicinarsi alla divinità (lo Shrike), l’obiettivo delle macchine è quello di “conoscere Dio… o, se non ci si riesce, crearlo”. Grazie al cìbrido Keats, inviato da una fazione di IA favorevoli alla convivenza pacifica con la razza umana, l’Egemonia riesce a scoprire i progetti delle macchine: realizzare l’Intelligenza Finale e distruggere l’Uomo.

Il tempo stringe. Il passo successivo consiste nel sapere dove si trova il Nucleo. In seguito ad un viaggio all’interno della Matrice (il secondo, dopo quello intrapreso insieme ad uno dei pellegrini, la lusiana Brawne Lamia) e l’incontro con l’intelligenza Ummon, John Keats svela l’ultimo mistero e decide di sacrificarsi per il bene dell’umanità.

“[…] il Nucleo risiede negli interstizi bui fra i teleporter. Le IA credono di essere i nostri padroni. Finché la Rete esiste, finché la nostra amata Egemonia è collegata da teleporter, saranno i nostri padroni.”

La conseguenza di tale scoperta è drammatica. Per sopravvivere, l’uomo deve distruggere ciò che gli ha consentito di colonizzare la galassia e di progredire. Un nuovo medioevo è alle porte…

L’unica speranza di salvezza risiede nei viaggiatori in pellegrinaggio allo Shrike e nel loro legame con John Keats. Se quest’ultimo è “Colui Che Viene Prima”, fra i pellegrini si nasconde una figura messianica “scelta per essere allevata in un futuro dove la guerra finale infuria fra le IA generate dal Nucleo e lo spirito umano”. Ma non è tutto. Tale messianismo appartiene anche ad un altro personaggio, non ancora nato, frutto dell’amore fra Brawne Lamia e il cìbrido Keats, “l’unione di spirito umano e logica IA”: Aenea ricoprirà un ruolo fondamentale nei successivi due romanzi, diventando “Colei Che Insegna” e mettendo in moto “idee che saranno vitali anche fra diecimila anni”.

La galassia descritta da Dan Simmons è realistica e credibile. I mondi dell’Egemonia rappresentano su scala interplanetaria le culture e le società della nostra Terra: dal bucolico Mondo di Barnard al sofisticato pianeta iper-urbanizzato di Vettore Rinascimento; dall’alveare umano di Lusus a Tau Ceti Centro, cuore dell’Egemonia, sede del governo capeggiato dalla brillante e cinica Meina Gladstone. Ovviamente il pianeta più affascinante è Hyperion, mondo ammantato di mistero e leggenda che personalmente mi ha suscitato le stesse contrastanti emozioni di Arrakis, il pianeta desertico di Dune.

In conclusione, la caduta di Hyperion è un libro complesso, che fa proprio il retroterra cyberpunk e la contrapposizione dickiana uomo/macchina, per poi presentare una visione del futuro inquietante ed ammonitrice. Come il grande pubblico ha già apprezzato nella Trilogia di Matrix (che però viene dieci anni dopo i libri di Simmons), la tecnologia è un’arma a doppio taglio. Da una parte ci aiuta e ci facilita nelle cose della vita quotidiana. Dall’altra ci de-umanizza. Il futuro dipende dal rapporto che si instaurerà fra gli uomini/creatori e le macchine/creature. Come nei rapporti fra gli esseri umani, la risposta è una sola: tolleranza.

Titolo: La caduta di Hyperion
Autore: Dan Simmons
Prezzo: € 7,80
Anno: 1998
Editore: Mondadori

Hyperion: fra Boccaccio, Keats e Gibson

Lunedì 22 Agosto 2005

LibriUn capolavoro assoluto di Science Fiction, senza mezzi termini. Hyperion e La caduta di Hyperion, primi due atti di una quadrilogia scritta dallo statunitense Dan Simmons, rappresentano un unicum di bellezza strabiliante, una pietra miliare fra i romanzi post-cyberpunk.

Etichettare l’opera di Simmons non è facile. L’autore, infatti, si è mostrato capace di sconfinare in diversi generi quali fantascienza, horror, giallo e fantasy. Senza contare gli agganci con i grandi classici della Letteratura, da Geoffrey Chaucer a Boccaccio, da Dante a John Keats.

Ed è proprio il poeta romantico Keats, rinato nel corpo e nella coscienza cibernetica di un cìbrido, il vero protagonista delle vicende narrate nei primi due volumi della saga di Hyperion. A lui è affidata la salvezza e il futuro della razza umana.

Siamo nel ventottesimo secolo, in un universo di straordinaria complessità fantastica. La Vecchia Terra è scomparsa (o almeno questo è ciò che si crede…), collassata su se stessa come era accaduto all’impero di Roma millenni prima. I pianeti colonizzati dall’umanità orfana hanno sostituito stati e continenti. I viaggi spaziali sono possibili grazie alle “balzonavi” (che però condannano chi viaggia a vivere fuori dal tempo) e soprattutto tramite i teleporter, cancelli artificiali che annullano le distanze più remote. Sette persone si incontrano su un’astronave diretta verso il pianeta Hyperion. Sono state scelte per compiere un pellegrinaggio fino al luogo in cui imperversa lo Shrike, un dio malvagio che viaggia a ritroso nel tempo per infliggere dolore all’umanità. La leggenda vuole che il Signore della Sofferenza esaudisca i desideri di uno solo dei postulanti e uccida gli altri pellegrini.

I sette viaggiatori (un prete cattolico, un eroe militare, un poeta, uno storico, una detective, un diplomatico e un mistico) decidono di raccontare le proprie storie e i motivi per cui hanno deciso di sottoporsi al giudizio dello Shrike. Evidente il riferimento al Decameron e alle Canterbury Tales, opere nelle quali la trama viene tessuta dalle narrazioni dei protagonisti. Questi plots within the plot vengono intervallati da alcuni flash sul viaggio e sulla situazione politica che fanno da sfondo alle vicende.

Apparentemente perfetto, fondato sul patto fra l’Egemonia dell’Uomo e le macchine del TecnoNucleo, l’Universo conosciuto è minacciato dagli Ouster, predoni che vivono stabilmente in stazioni vaganti nello spazio (gli sciami) e che si sono ormai allontanati dalla civiltà. Per anni emarginato dalla Rete, Hyperion è ora il fulcro della crisi che si sta abbattendo sull’Egemonia. Da un lato è l’oggetto dell’imminente invasione degli Ouster e dall’altro è il luogo in cui si stanno per aprire le Tombe del Tempo, i templi in cui dimora lo Shrike, finora inaccessibili e incomprensibili all’uomo.

In questo scenario apocalittico, i sette pellegrini narrano le loro storie. Storie bellissime e originali che sarebbe riduttivo compendiare e che, pertanto, lascio alla vostra curiosità di lettori. Il romanzo volge al termine in un baleno e si interrompe proprio sul più bello. Il gruppo si appresta ad entrare nella dimora dello Shrike, canticchiando un vecchio motivo del film Il Mago di Oz.

Nella prima parte, lo sforzo di Simmons è interamente volto ad introdurre i personaggi, a farci capire come ragionano, che cosa vogliono, come si esprimono. Tale introspezione psicologica assume ogni volta una forma diversa, a seconda dell’io narrante. E così passiamo dallo stile semplice di padre Hoyt a quello rude ma intenso di Kassad. Dai toni pomposi e spesso volgari di Martin Sileno a quelli noir di Brawne Lamia. Insomma, come nelle Canterbury Tales, Simmons riesce a proporre non solo e non tanto dei personaggi, ma dei veri e propri tipi umani, ognuno con vizi e virtù definiti e perfettamente armonizzati nella storia.

Fra i tributi a Boccaccio, Chaucer e Keats, l’influenza cyberpunk in Hyperion risiede nel riferimento alla matrice gibsoniana, che avviene nel racconto dell’investigatore:

“Conoscete tutti la terribile bellezza del piano dati, delle strade tri-di con il loro panorama di ghiaccio nero, dei perimetri al neon, degli strani anelli e dei grattacieli luccicanti di blocchi-dati sotto le nubi sospese delle IA. Anch’io vidi questo panorama, correndo a cavalluccio sull’onda portante di BB. Fu quasi eccessivo. Troppo intenso. Troppo terrificante. Sentivo perfino le nere minacce dei corpulenti fagi di sicurezza, sentivo l’odore di morte nell’alito dei virus tenia in controspinta, anche attraverso gli schermi di ghiaccio, sentivo il peso della collera delle IA sopra di noi… eravamo come insetti sotto una zampa di elefante, e non avevamo ancora fatto nient’altro che viaggiare su vie dati approvate in una regolare missione d’accesso inventata da BB, una sorta di lavoro a casa per l’ufficio Controllo Flusso Registrazioni e Statistiche. E portavo cavetti piantati nel cranio, vedevo cose in una versione piano dati simile a un confuso apparecchio TV in bianco e nero, mentre Jhonny e BB ne vedevano la piena versione olo stim-sim così com’era.”

Rimando il resto della storia (priva di spoiler, ovviamente) e i commenti finali alla seconda parte della recensione, che conto di postare entro qualche giorno. Per ora mi auguro sinceramente di avervi invogliato a comprare il primo volume…

Hyperion Titolo: Hyperion
Autore: Dan Simmons
Prezzo: € 7,50
Anno: 1993
Editore: Mondadori

L’Età dell’Oro

Domenica 15 Maggio 2005

libriIn un futuro lontanissimo la Tecnologia ha trionfato sulla Natura. La nanotecnologia, l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale hanno sconfitto la morte. L’uomo vive in una società interplanetaria perfetta, dove i conflitti sono stati sradicati dai sophotec, macchine superintelligenti collegate alla mente umana così da potenziarla e allo stesso tempo intrappolarla consensualmente in un’etica condivisa.

Questo scenario idilliaco rischia di essere destabilizzato da un singolo individuo, Phaeton, della casata Rhadamanth, figlio di uno degli uomini più potenti dell’Ecumene Dorato. Durante la grandiosa festa che celebra i mille anni della Suprema Trascendenza, Phaeton incontra un Nettuniano e apprende che gran parte della sua memoria è stata rimossa ed archiviata in un luogo segreto. La reazione di Phaeton non può che essere di incredulità e rifiuto. In un’epoca ormai libera dai crimini, che cosa può aver mai commesso uno degli uomini più ricchi e potenti dell’Ecumene Dorato, per meritare una punizione simile? Il Nettuniano si allontana con un messaggio:

“Quando sarai abbastanza forte da affrontare la verità, abbastanza forte da affrontare questo mondo di illusioni, il mio messaggero verrà da te”.

Inizialmente scettico, Phaeton inizia ad indagare e scopre lentamente che molti tasselli della sua vita sono effettivamente mancanti. Inizia così il suo viaggio per ritrovare la memoria perduta e scoprire quale crimine si cela dietro ad una punizione così terribile.

Lavoro primo di John C. Wright, L’Età dell’Oro è il capitolo iniziale di una Trilogia incentrata sulle imprese di Phaeton Prime di Rhadamanth. Un gran bel libro, non c’è che dire, denso e coinvolgente, con evidenti rimandi a Neuromante (capostipite del genere cyberpunk), Matrix e Dune.

Di Frank Herbert si ritrova la complessità della prosa (non a scapito della scorrevolezza), l’accostamento di elementi antichi e futuristici e la stessa figura di Phaeton, che per alcuni versi ricorda quella di Paul Muad’dib.
Per quanto concerne lo stile, il manierismo di Wright è con tutta probabilità un retaggio della sua precedente professione, quella di avvocato, che emerge soprattutto nelle pagine in cui descrive il processo di Phaeton davanti al Collegio degli Esortatori.
Per ciò che riguarda la rappresentazione del mondo, il richiamo a Dune può essere individuato in alcune ambientazioni ibride in cui si mescolano in modo a volte bizzarro figure arcaiche (dagli dèi della mitologia classica agli eleganti gentlemen inglesi dell’età vittoriana) e indescrivibili forme post-umane.
In merito al paragone Phaeton-Paul, esso sembra essere molto calzante soprattutto quando vengono alla luce i ricordi rimossi del protagonista. Come Muad’dib, Phaeton è un’idealista, un sognatore, un amico dei reietti e dei derelitti, un uomo con un’energia tale da cambiare la faccia dell’Universo.

Di Matrix ci sono una serie di suggestioni troppo palesi per essere considerate un caso. Vediamone alcune.
I corpi degli esseri umani immersi in un liquido all’interno di un sarcofago e collegati ai sophotec ricordano i pod in cui vengono coltivati gli umani in Matrix.
Come Neo, anche Phaeton ha bisogno di essere risvegliato (di recuperare la memoria perduta) per sapere chi è e qual è il suo ruolo nell’Universo. Alcuni sophotec fanno pensare all’Architetto di Matrix, alcuni, invece, sono molto simili all’Oracolo. Il dialogo che segue fra Phaeton e Rhadamanthus sul libero arbitrio ricorda un dialogo analogo fra l’Oracolo e Neo:

“Rhadamanthus, voi sophotec negate sempre di essere abbastanza intelligenti da organizzare tutto ciò che facciamo, comprese le coincidenze”.
“Le nostre capacità previsionali sull’umanità sono limitate. C’è un’incertezza generata dal libero arbitrio delle creature. La stessa Mentemondo non potrebbe batterti ogni volta in una partita di carta-forbice-sasso, perché la tua mossa è basata su quello che tu pensi potrà essere la sua mossa. E lei non può prevedere del tutto le sue stesse azioni”.

Per gli amanti della Trilogia di Matrix, il richiamo alla frase dell’Oracolo, secondo cui “nessuno riesce a vedere al di là di una scelta che non gli è chiara”, è sin troppo evidente.
E ancora, il metodo usato dalle macchine di Matrix per tenere sotto controllo gli uomini (quel libero arbitrio che, proprio in quanto consente di rifiutare il sistema, genera l’accettazione pressoché incondizionata dello stesso) è simile alla politica usata dai sophotec:

“Dovremmo forse usare la coercizione per difenderla da se stesso e contro la sua volontà? Questo è decisamente impensabile, signore. La sua vita ha il valore che lei stesso gli attribuisce, né più né meno. Spetta a lei danneggiarla, o rovinarla, a piacer suo”.

I riferimenti sono ancora molti e sarebbe inopportuno discuterli in questa sede. Vorrei citare solo la frase finale del libro, un’annotazione di Phaeton nel suo diario che mi ha fatto pensare ai secondi finali di Matrix 1, quando Neo si rivolge direttamente alle macchine:

“Anche se sono solo, in un mondo di gente che vive nelle sue illusioni e si libera dei ricordi spiacevoli, io so cos’è successo e non lo dimenticherò. Io amo la verità più della felicità. Io non mi fermerò”.

L’Età dell’Oro è un libro assolutamente da non perdere per gli amanti dei genere cyber. Per quanto mi riguarda, sto già leggendo Phoenix, il secondo capitolo della Trilogia!

L'Età dell'Oro Titolo: L’Età dell’Oro
Autore: John C. Wright
Prezzo: € 16,50
Anno: 2002
Editore: Nord

Google rivelato

Giovedì 14 Aprile 2005

LibriA parte la pessima traduzione italiana, Google trucchi e segreti (titolo originale: Google Hacks), di Tara Calishain e Rael Dornfest, è un libro utilissimo sia per il semplice utente che per lo sviluppatore. Sia inteso, il mondo Google è talmente vasto e sfaccettato che le quasi 350 pagine del testo svelano a malapena la punta dell’iceberg; ma è quanto basta per stimolare l’addetto ai lavori ad approdondire alcune tematiche (penso soprattutto alle API) e insegnare all’utente molti preziosi trucchetti di ricerca.

Una precisazione d’obbligo. La versione disponibile nelle librerie italiane è abbastanza datata (fine 2002, un’eternità su Internet!). Su Amazon è possibile acquistare una riedizione (in inglese ovviamente) del dicembre 2004. Se siete interessati all’argomento e masticate la lingua inglese, vi consiglio di scegliere direttamente quest’ultima.

Ed ora entriamo nel merito. Il navigatore appassionato di ricerche sul web o anche l’utente desideroso di controllare maggiormente gli operatori di Google troverà interessantissimo il primo capitolo. Dopo aver spiegato la genesi del motore più usato al mondo, gli autori spiegano al lettore come funzionano gli operatori booleani per poi rivelare alcune utili funzioni speciali di ricerca, quali ad esempio intitle: inurl: intext: site: e link:

Il secondo capitolo (quello forse meno interessante) è dedicato ai servizi speciali di Google, fra cui la Directory, i Gruppi, le Immagini, le News e Froogle (servizio shopping non ancora disponibile in Italia).

I capitoli 3-6 sono interamente dedicati agli sviluppatori, con particolare attenzione alle applicazioni che possono interagire con Google, dallo scraping (programmi che estraggono l’HTML delle pagine di ricerca) alle ormai famosissime API. Per chi è proprio a digiuno di problematiche di programmazione, le API (Application Programming Interface) rendono accessibile agi sviluppatori una parte del database per fare ricerche con interfacce personalizzate. Per saperne di più, provate ad andare su Google e a digitare define:api
Avete appena applicato uno degli hacks svelati nel libro!

Il settimo capitolo ci svela i giochi e gli scherzi che si possono realizzare con Google. Niente di complicato o trascendentale, ma chi è particolarmente incline all’aspetto ludico delle cose può fare qualche tentativo ;-)

L’ottavo e ultimo capitolo è riservato ai Web Master e tratta (seppur sommariamente) alcune tematiche fondamentali per chi opera nella Rete, quali il pagerank (il misterioso algoritmo di Google!!), l’ottimizzazione dei siti in ottica posizionamento e il search engine advertising di AdWords.

Il conclusione, un libro consigliato soprattutto ai ricercatori incalliti e ai programmatori che si sono avvicinanati da poco al mondo dei motori. Unica nota stonata, ripeto, è la traduzione: mi chiedo come si possa mandare in stampa un libro che in certi passaggi sembra tradotto (ironia della sorte) con la traduzione automatica di Google. La prossima volta (come faccio spesso, d’altronde) vado sparato su Amazon.

Google trucchi e segreti Titolo: Google trucchi e segreti
Autori: Tara Calishain e Rael Dornfest
Prezzo: € 34,90 (troppo!!!)
Anno: 2003
Editore: tecniche nuove

La generazione dei bloggers

Domenica 10 Aprile 2005

LibriQualche tempo fa si parlava con entusiasmo di Internet Generation. Poi, dopo la bolla speculativa di fine anni ‘90, all’euforia è subentrata un’eccessiva disillusione e una irrealistica sfiducia nei confronti del mezzo. Oggi Internet è parte integrante della nostra vita quotidiana. Google è sinonimo di ricerca di informazioni. Si chatta con la stessa disinvoltura con cui si parla al cellulare. Insomma, Internet è il mezzo che ci consente di comunicare, condividendo a livello globale esperienze ed informazioni.

In uno scenario simile non fa notizia chi usa la Rete. Fa notizia chi la cambia. Blog Generation, di Giuseppe Granieri, ci spiega che cos’è un weblog e perché va considerato a pieno titolo la “prima creatura della Rete che dimostra la vera maturità del mezzo”.

Il blog rappresenta un punto di rottura col modo comune di concepire e percepire la Rete. Grazie ai CMS (content management systems), chiunque abbia una conoscenza minima del PC e di Internet può mettere su un proprio blog e sfruttare appieno le enormi potenzialità di relazione che la Rete offre. Qualcuno potrebbe obiettare che anche le chat, i forum o le mailing list garantiscono tali opportunità. Dov’è dunque la differenza con i blog?

Secondo Granieri, “a differenza degli altri strumenti, i weblog raggruppano i contenuti per persona, fornendo agli individui uno strumento di identificazione fortissimo”. Ecco l’essenza della Blog Revolution.

“Avendo a disposizione la storia intellettuale dell’individuo, il blog appunto, stabilisce in Rete un point of presence stabile della persona. Per dirla con Peter Kaminski, un blog è un’applicazione del network sociale che rappresenta l’elemento singolo del sistema: l’individuo. I weblog, tutti insieme, sono la parte abitata della Rete”.

La “Blogosfera”. Essenza della rivoluzione di cui è latore il blog. Emblema vero di democrazia digitale, capace di ridurre la complessità delle informazioni e di favorire la comunicazione fra gli individui. Blog Generation è senza dubbio una delle più importanti chiavi di lettura di questo fenomeno.

Blog Generation Titolo: Blog Generation
Autore: Giuseppe Granieri
Prezzo: € 10
Anno: 2005
Editore: Laterza

Occhio nel cielo

Mercoledì 30 Marzo 2005

LibriPer chi conosce un minimo Philip Dick, il titolo Occhio nel cielo sa di déjà-vu. Vi ricorda qualcosa Valis? Ecco, scordatevelo. L’occhio nel cielo non è un’entità aliena o soprannaturale, ma molto più semplicemente il mondo visto da una prospettiva umana. O meglio, da quattro punti di vista diversi.

In seguito ad un’esplosione in un impianto nucleare, otto persone cadono da una piattaforma e vengono investite da un fascio di radiazioni. Quando si svegliano, il sollievo di essere ancora vivi viene presto soppiantato dalla sgradevole sensazione che qualcosa di importante sia fuori posto. E in effetti il mondo che si spalanca agli occhi dei protagonisti fa parte di un universo impazzito, in cui i miracoli sono all’ordine del giorno e Tetragrammaton (Dio) rilascia interviste e registra messaggi su disco a beneficio dei miscredenti. Questa stravagante caricatura della religione islamica (con vaghe influenze cristiane) ha persino una sua guida spirituale: il profeta del Secondo Bab, capo spirituale dell’Unica Vera Fede.

Intenzionato a capire come stanno veramente le cose, Jack Hamilton, una delle otto vittime delle radiazioni, scopre che quella pseudo-realtà non è altro che il parto della psiche di qualcun altro. Qualcuno che è rimasto coinvolto nel medesimo incidente e che in qualche modo ha aperto il suo mondo interiore al prossimo, per poi farne uno strumento di dominio.

Grazie ad un ottimo lavoro di squadra, Hamilton e gli altri riescono a liberarsi. Ma di nuovo non si tratta della realtà. Stavolta si trovano in un mondo asettico e moralista, in cui uomini e donne sono asessuati e trascorrono le loro giornate perfettine a sorseggiare tè e ad organizzare pic nic. Anche questo universo, dominato da un esasperato perbenismo borghese, rispecchia il carattere di uno dei personaggi in gioco.

La storia prosegue scorrevole e divertente attraverso i successivi due mondi: uno cinico e spietato, in cui gli agguati sono dietro l’angolo e persino la propria casa può traformarsi in un mostro pronto ad uccidere; l’altro caratterizzato dall’aspro scontro finale fra capitalisti e comunisti. In entrambi i casi si tratta di un modo originale per ironizzare su due fenomeni molto sentiti ai tempi di Dick (e per certi versi ancora attuali): l’arrivismo dei nuovi arrampicatori sociali e l’esasperazione delle ideologie.

Occhio nel cielo è un romanzo che, grazie ad una straordinaria riflessione ironica, riesce a fondere insieme l’introspezione psicologica e la critica sociale. Sulle orme dei protagonisti, a noi lettori non resta che percorrere questo indimenticabile itinerario di formazione e scoperta. Con l’auspicio che gli errori del passato ci aiutino a commetterne meno in futuro.

Occhio nel cielo Titolo: Occhio nel cielo
Autore: Philip K. Dick
Prezzo: € 7,50
Anno: 2003
Editore: Fanucci

Un futuro sin troppo presente…

Sabato 26 Febbraio 2005

Pubblicato nel 1991, Cronache del basso futuro, raccolta di racconti di Bruce Sterling, presenta le ambientazioni, i personaggi e le atmosfere tipiche del genere cyberpunk, di cui Sterling è indiscusso iniziatore insieme a William Gibson.

Tecnologie impazzite, manipolazioni genetiche, ribellioni telematiche, realtà virtuali che si sovrappongono e si confondono. Pensate sia il futuro? Il titolo originale, Globalhead, non è così eloquente quanto la sua traduzione italiana. Ad ogni modo, che le vicende siano ambientate nel passato o nel futuro, l’obiettivo di Sterling è chiaramente la critica del presente.

Presente che, ne Le rive della Boemia, si fonde in uno scenario quasi apocalittico in cui l’umanità è divisa in una parte iper civilizzata e una regredita a barbarie primordiale, e la lotta per la sopravvivenza stride con la possibilità di vivere una vita lunga secoli.

Vediamo le cose in maniera diversa sviluppa la tematica della contrapposizione fra l’Islam e la modernità. A parte qualche accenno fantapolitico (una bomba nucleare del “Fronte dei Martiri Afghani” che distrugge Mosca), il racconto evidenzia l’avversione dell’autore nei confronti della globalizzazione economica e culturale.

Ne Il compassionevole, il digitale Sterling ci mette in guardia dai rischi di un certo trascendentalismo informatico, immaginando un futuro in cui l’ “Unione delle Repubbliche Islamiche” crea il primo essere artificiale dotato di anima.

Anche gli altri racconti (undici in tutto) insistono, ognuno in maniera diversa, sul contrasto fra le ceneri di un mondo globalizzato e le disincantate speranze dei personaggi. Jim e Irene, protagonisti del racconto omonimo, costituiscono l’emblema di un’umanità che tenta di ritrovare se stessa. Nonostante la diffidenza del prossimo e le asprezze della quotidianità. Oltre ogni omologazione.

“Forse è per quello che riusciamo a vedere così bene il sistema”, dice Jim, “Perchè ne siamo al di fuori”.

Un oscuro scrutare: la vita allo specchio

Sabato 26 Febbraio 2005

LibriVoglio condividere con voi un articolo che ho già pubblicato sul portale whatisthematrix.it, che da ormai un anno e mezzo rappresenta il punto di incontro per gli appassionati italiani di Matrix.

Ora vediamo come in uno specchio, in modo confuso; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

In questi versetti di San Paolo è racchiuso il significato di “Un oscuro scrutare” (A Scanner Darkly), uno dei romanzi più intensi della vasta produzione di Philip K. Dick. Il motivo per cui vi sto presentando questo libro (se ancora non l’avete letto) è che quest’anno uscirà l’atteso adattamento cinematografico ad opera di Richard Linklater, bravissimo regista che annovera fra i suoi successi titoli come Before Sunrise, Waking Life e Before Sunset. Il cast è d’eccezione: Keanu Reeves veste i panni dell’agente della narcotici Robert Arctor, Winona Ryder ha il ruolo della sfuggente ed enigmatica Donna, Robert Downey Jr. è Barris, uno dei tossici con cui vive il protagonista. E così uno dei romanzi più scespiriani di Dick fa il suo ingresso nel mondo del cinema. Che cosa ne uscirà fuori?

Il regista garantisce ampiamente la qualità del prodotto finale. Tuttavia prima della visione del film, mi sento di suggerirvi un’attenta lettura del libro (Fanucci Editore, 2004, traduzione di Gabriele Frasca). I vincoli costituiti dal mezzo (il cinema) e dalla durata (i canonici 100 minuti o giù di lì) non garantiscono infatti la piena comprensione del messaggio dell’autore. Un messaggio dalle molteplici sfaccettature morali, dalle complesse implicazioni sociali, ma sostanzialmente critico nei confronti del sistema. Se “ciò che avrebbe dovuto combattere il caos è la matrice del caos”, come osserva giustamente Francesco Marroni, autore della postfazione del libro, allora tutto diventa distorto, artificiale, un enorme “palcoscenico in cui ogni cosa viene manipolata per far sì che nessun ostacolo fermi la grande macchina della morte”.

La trama in apparenza è semplice e lineare. E’ il 1994. Su Los Angeles si abbatte il flagello della sostanza M, una droga potentissima in grado di annichilire in poco tempo chiunque ne diventi dipendente. Le origini di tale sostanza, la sua composizione e l’organizzazione che la produce sono ignote. Robert “Bob” Arctor è uno dei numerosi agenti della narcotici che si sono infiltrati fra i tossici per scoprire come si snoda il traffico di stupefacenti e chi si nasconde dietro ad esso. In un ambiente così pericoloso e inquinato dalla corruzione è fondamentale che l’identità dell’infiltrato rimanga sconosciuta anche agli altri poliziotti. A garanzia di tale copertura, quando si trova in compagnia dei colleghi, Bob Arctor indossa un indumento speciale che nascondende le sue fattezze, ed è da tutti conosciuto col nome di Fred.

Due identità. Due vite. Una linea di confine sempre più labile, resa tale anche dall’uso di droghe. Già, il brutto (o il bello, dipende dai punti di vista!) di infiltrarsi è che ci si può immedesimare completamente nel personaggio. Evidentemente Bob Arctor si era affezionato a tal punto al ruolo di tossico, da esserlo diventato sul serio. Un’eventualità affatto estranea a chi, come lui, decide di combattare il nemico dall’interno. Eppure, nonostante i rischi del mestiere, mantenere un certo distacco con l’ “altro”, con il commediante (Arctor/actor/attore) non è poi così complicato: basta una morale di ferro e una cristallina lucidità mentale. E se non le si ha, beh comunque il proprio personaggio avrà sempre cura di non trovarsi nell’occhio del ciclone.

Ma cosa può accadere ad un agente infiltrato quando la droga inibisce il corretto funzionamento del suo cervello? quando si accorge che la corruzione arriva a livelli più profondi di quanto pensasse? e soprattutto quando gli viene ordinato di sorvegliare… se stesso?

In poco tempo l’universo di Bob Arctor si capovolge. “Ho visto me stesso al rovescio”, pensa dopo aver letto il referto del laboratorio di analisi psicologiche della polizia.

Di norma un individuo usa l’emisfero sinistro. L’emisfero del sé, o ego, o coscienza, è localizzato là. Questo emisfero è dominante, perché è sempre lì che si localizzano i centri del linguaggio; (…) Il sinistro può essere paragonato ad un computer digitale; quello destro a uno di tipo analogico. (…) entrambi i sistemi percettivi analizzano ed elaborano i dati d’ingresso, ma ciascuno alla propria maniera.

Nel caso di Bob/Fred nessuno dei due emisferi è dominante e pertanto non funzionano, compensando l’uno i dati dell’altro. In sostanza, è come se uno degli emisferi del cervello del protagonista stesse percependo il mondo come riflesso in uno specchio. E qui ci ricolleghiamo alle parole di San Paolo e al suo riferimento allo specchio. La domanda a questo punto è naturale: se osserviamo il mondo come attraverso uno specchio, come possiamo vederlo capovolto?

La risposta ce la dà Dick/Bob/Fred:

San Paolo intendeva, con specchio, non uno specchio di vetro… non ne avevano allora…ma quel riflesso di se stesso di quando ci si specchia sul fondo lucidato di una scodella di metallo.(…) E quel riflesso che torna verso di te, quel riflesso sei tu, è la tua faccia, e nello stesso tempo non lo è. A quei tempi non avevano macchine fotografiche, e pertanto quello era l’unico modo in cui una persona poteva vedersi: al rovescio.

Non deve meravigliarci il riferimento a San Paolo da parte di uno scrittore come Dick, accostato spesso e volentieri a visioni laiche della società, ma allo stesso tempo affascinato dalle Scritture e da alcuni testi gnostici. La rivolta culturale nei confronti del perbenismo borghese ha per Dick qualcosa in comune con l’azione divulgativa dei primi cristiani, ispirata dalla Fede e rafforzata dalla sofferenza, prima che la Chiesa (come ogni altra istituzione, in fondo, umana) cadesse vittima del Potere per poi diventarne l’emblema stesso.

Una delle chiavi interpretative del romanzo è la domanda che il protagonista pone a se stesso: “How many Bob Arctors are there?”. La sua psiche si sgretola e lo smarrimento è totale. Chi sono io? Fred, il parassita che vive grazie al sistema, o Bob, il tossico distrutto dal sistema stesso che il suo alter ego alimentava? Ed è proprio nel momento di maggior confusione, dopo l’annichilimento della personalità, che emerge un terzo soggetto: Bruce. Figlio della disintossicazione, prodotto ricostruito in un centro di recupero per tossicodipendenti, Bruce è l’esempio della lobotomia psicologica attraverso la quale il sistema affronta i problemi della società: li crea per trarne un beneficio economico e li distrugge per trarne un beneficio morale. Questo terzo stadio della vita di Bob Arctor è lo stadio finale, la fase in cui il protagonista prende coscienza delle radici del male e capisce, per dirla con Macbeth, che “nothing is but what is not” (nulla è se non ciò che non è). Ciò che avrebbe dovuto combattere il caos è la matrice del caos.

La struttura latente è padrona di quella ovvia. Richiami di Eraclito in Dick. Come in Matrix. Ma se le cose stanno così, se della realtà abbiamo solo una visione parziale e distorta, come possiamo liberare noi stessi e la società dal male? La risposta di Dick è la stessa che ci dà San Paolo: la fede, che ci consente di credere in ciò che non possiamo vedere con i nostri occhi; la speranza, che ci spinge ad agire per creare un mondo migliore; la carità, che ci libera dall’egoismo per aprirci all’altro. Possiamo scrutare la realtà 24 ore su 24 per il resto dei nostri giorni, impiegando tutti gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Rimarremmo sempre al di qua della verità. Il motivo è semplice e allo stesso tempo difficile da accettare: non abbiamo ancora raggiunto quella consapevolezza che solo Dio può darci e che non appartiene a questo mondo.

Per ora dobbiamo accontentarci di alcuni sparuti e fulminei frammenti. “Epifanie” che si manifestano come via aperta verso “qualcosa di meglio in un futuro remoto”. Il nostro compito è di usare questi pezzi del puzzle per conferire valore e certezza laddove la follia dell’uomo crea disvalore ed inganno.


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