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Avete un blog? Potreste essere licenziati…

Sabato 26 Febbraio 2005

WWW Mark Jen, assunto in Google Inc. a gennaio, è stato licenziato dopo appena un mese. Colpa di un blog, in cui Mark raccontava le sue esperienze quotidiane sul lavoro. Incredibile, non è vero? Sembra che i blog rappresentino un’arma a doppio taglio per le aziende: da un lato i manager riconoscono l’efficacia del passaparola come strumento di vendita; dall’altro sono ben consapevoli del pericolo insito nella rapida e ampia diffusione di talune informazioni.

Un’assistente di volo della Delta Airlines sostiene di esser stata licenziata a Novembre a causa di alcune foto postate nel suo blog personale e giudicate dalla compagnia aerea “di cattivo gusto”. La scorsa estate Friendster (sito per fare e gestire nuove amicizie online) ha cacciato un’impiegata rea di aver scritto troppo e a sproposito sull’azienda. Un consulente della Microsoft (questa è bella!) ha perso il lavoro per aver postato nel suo blog alcune foto che testimoniano la consegna di computer Apple presso il quartier generale del colosso guidato da Bill Gates.

Roba da non credere. Sinceramente non conosco i fatti nel dettaglio e non so cosa abbiano effettivamente pubblicato questi “poveretti” per meritarsi il licenziamento. Mi sono semplicemente limitato a riportare quanto ho letto in un articolo pubblicato sul sito della CNN.Il blog è l’erede postmoderno del diario. Il caro, vecchio quaderno al quale affidavamo le nostre impressioni e le nostre idee. Silente e fidato custode delle nostre emozioni e dei nostri segreti. Il blog ha la stessa identica funzione del diario, ma si muove in una direzione diametralmente opposta, soddisfacendo pienamente la nostra ormai patologica tendenza all’esibizionismo e al voyeurismo.

I tempi stanno cambiando. Forse è il caso che le aziende, soprattutto quelle che fanno dell’innovazione il loro business, assumano nuove prospettive. Ad ogni modo, al di là di ogni dibattito sui confini della libertà di espressione, occorrerebbe essere più furbi e sfruttare le possibilità dissimulative che la Rete offre. Un nickname o uno pseudonimo a volte possono fare miracoli!

Dio non esiste. E se esiste, se ne frega.

Sabato 26 Febbraio 2005

Di fronte agli tsunami, ai cicloni, ai terremoti, spesso ci si domanda dove sia Dio. La risposta che va di moda è che Dio non esiste. E se esiste, comunque, si fa gli affari suoi.

Certo, le guerre, le epidemie, il terrorismo, tutto questo non può essere ascrivibile ad una volontà trascendente, ammesso che esista. La colpa è dell’Uomo e del suo egoismo. Noi siamo artefici del nostro destino. Noi soltanto.

Fin qui siamo tutti d’accordo. Ci sono cose crudeli che dipendono da noi, come le guerre, i genocidi, lo sfruttamento dei popoli. Ve ne sono altre sulle quali non abbiamo alcun controllo, come i cicloni, i terremoti, gli tsunami. E di fronte alla catastrofe naturale, non possiamo che prendercela con Dio e con il suo menefreghismo. Sempre che siamo credenti. Perché se non lo siamo, il cataclisma è l’ulteriore conferma che Dio non esiste. Se esiste, infatti, ed è onnipotente, perché non interviene per impedire simili tragedie?

Ci riflettevo stamattina. Ad Omnibus, talk show mattutino in onda su La7, il conduttore faceva riferimento ad uno studio secondo il quale gli tsunami sarebbero favoriti dal surriscaldamento climatico. Ci ho pensato su… e ho fatto 2+2.

Vediamo… l’anidride carbonica forma una sorta di “coperta” di gas che mantiene la terra calda rispetto a valori medi costanti. La presenza dell’anidride carbonica nell’atmosfera, fino a una certa concentrazione, consente il mantenimento del clima attuale. Un suo eccessivo aumento porta a un progressivo aumento anche della temperatura sul pianeta. Il cosiddetto effetto serra.

Da dove viene tutta questa anidride carbonica? E’ Dio che ce la soffia dall’alto dei cieli per farci un dispetto? Ovviamente no. Sono principalmente due le attività umane che contribuiscono all’aumento dell’anidride carbonica nell’aria. Da una parte l’ossidazione dei composti di carbonio per ottenere calore ed energia (gli scarichi delle automobili, degli impianti di riscaldamento, delle industrie a carbone che producono energia elettrica, ecc.), a cui si aggiungono gli effetti degli incendi di boschi e foreste. Dall’altra il disboscamento che provoca una drastica riduzione del processo di immissione dell’ossigeno da parte delle piante attraverso la fotosintesi clorofilliana.

Morale della favola: che Dio esista o meno, iniziamo a dare la colpa anche a noi stessi.

Craxi, Barbacetto e Piroso

Sabato 26 Febbraio 2005

farNETicazioni10 febbraio, ore 8:00. Accendo la TV e davanti ad una tazza di caffè fumante mi accingo a seguire la puntata quotidiana di Omnibus, il contenitore mattutino di LA7, condotto dall’ottimo Antonello Piroso. Ospiti: Bobo Craxi, Fabrizio Cicchitto (Forza Italia) e Giorgio Benvenuto (DS), e i giornalisti Filippo Facci (Mediaset) e Gianni Barbacetto (Diario). Tema del giorno: l’omaggio che il segretario DS Fassino ha tributato al “socialismo riformista, da Turati a Nenni, da Saragat a Craxi”. Si risveglia l’orgoglio socialista.

Ed eccolo lì, con la stessa mastodontica mole di suo padre Bettino, Bobo Craxi è pronto a ritagliarsi i suoi 45 minuti di gloria. Accanto a lui un agguerritissimo Fabrizio Cicchitto, il quale, sin dalle battute iniziali, mostra palesi segni di insofferenza, forse per il disagio di trovarsi lontano dalla protezione di “père Berlusca”.

La discussione parte con toni da guerra fredda. Dietro ad un’apparente cordialità, la coda di paglia di Cicchitto è pronta ad infiammarsi alla prima scintilla. Bobo ha la stessa grazia (si fa per dire) del suo omonimo interista. Facci sfoggia il suo solito look ingessato, ma parla con competenza e puntualità. In collegamento con lo studio, Gianni Barbacetto osserva la discussione. Tacendo. Forse già pregustava ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.

Appena prende parola, Barbacetto fa subito insorgere il guerriero Cicchitto, spalleggiato (e che spalla!) dal prode Bobo. Ad onor del vero, c’è da dire che l’esordio del giornalista non è stato proprio all’insegna del quieto interloquire. Senza farsi pregare, chiamato in causa da Piroso, Barbacetto parte a spron battuto elencando i reati di cui si è macchiato Bettino Craxi.

Non fa nemmeno in tempo a passare al secondo capo di imputazione (si parla di una casa in Costa Azzurra acquistata dall’allora segretario del PSI con il denaro del partito), che Cicchitto sbraita come un toro in un’arena, tirando in causa i processi nei quali è stato coinvolto il vecchio PCI. Bobo Craxi, inebetito, non sa se piangere o strozzare Piroso, dal momento che Barbacetto non è materialmente raggiungibile.

Succede tutto in due minuti. Craxi dà del provocatore a Barbacetto. Cicchitto accusa Antonello Piroso di averli attirati in una trappola. Il conduttore di Omnibus strabuzza gli occhi incredulo e cerca di mediare, spiegando da una parte di non poter censurare gli ospiti e chiedendo dall’altra di evitare provocazioni gratuite. Craxi e Cicchitto fanno orecchie da mercante. Barbacetto minaccia querele. Facci e Benvenuto tentano di calmare gli animi. Inutilmente. Bobo e l’orfano di Berlusconi si alzano e se ne vanno. La trasmissione continua in un clima surreale…

Roba da matti. E’ incredibile come nel nostro Paese non si riesca a parlare di politica reale, quella vicina ai cittadini, che affronta e tenta di risolvere i problemi della sanità, dell’occupazione, dell’economia. Ancora ci riempiamo la bocca di polemiche infinite, di comunisti e fascisti, di tangenti e toghe rosse. La verità è che la vecchia classe dirigente, quella “tangentara”, ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile. I portaborse di ieri sono i protagonisti politici di oggi. Si sono ritrovati segretari o dirigenti di partito con poca esperienza alle spalle, impreparati a guidare il Paese.

Qui non si tratta di scegliere fra Prodi e Berlusconi. Si tratta di capire di che morte dobbiamo morire. Continuerò a seguire Omnibus (sono un fan sfegatato di Piroso!) e il teatrino della res publica, con la speranza che prima o poi riuscirò a vedere i politici preoccuparsi sul serio dei nostri problemi e non solo delle loro poltrone.

Io canto il corpo elettrico

Sabato 26 Febbraio 2005

Il primo post di questo blog non poteva che rievocare echi bradburiani. Tecnologia. Amato e odiato golem dell’era moderna. Come la creatura del rabbino cabalista Löw, ogni giorno più potente, la tecnologia esegue gli ordini, ma non li comprende. Per questo non possiamo biasimarla ed osteggiarla per i suoi sbagli. Poiché questi sbagli sono da imputare a noi soltanto.

l nostro rapporto con la tecnologia è quasi schizofrenico. Ne abbiamo bisogno. In ufficio, per strada, in casa. Ci piace. Anche al di là della sua stessa utilità. E allo stesso tempo ne abbiamo paura. Paura che ci deumanizzi. Paura che possa sfuggire al nostro controllo. L’ombra di Frankenstein è sempre in agguato…

Nondimeno la tecnologia costituisce il marchio di fabbrica umano ad un mondo del quale ancora oggi ignoriamo molti segreti. Il romantico contributo alla creazione. Il grave fardello affidato ad ogni generazione futura. L’ambizioso tentativo di trasformare l’ “homo faber fortunae suae” in “homo techonolgicus”, supremo artefice di se stesso.

Questo blog tratterà tematiche relative all’ultima grande rivoluzione tecnologica dei nostri tempi: Internet o Cyberspace, per utilizzare l’espressione coniata da William Gibson, scrittore noto per aver dato vita al genere Cyberpunk. In particolare mi focalizzerò sul marketing online (search engine marketing e webmarketing), inframezzando gli interventi “tecnici” con qualche rara incursione nella cultura cyber (retaggio della mai sopita passione per il cyberpunk).

Perché “ControRete”? La scelta del termine è scaturita dalla lettura di un libro che considero un punto di riferimento per i bloggers di tutto il mondo: sto parlando di Blog Generation, saggio di Giuseppe Granieri. L’autore, uno dei maggiori esperti italiani di comunicazione digitale, parla della “blogosfera” come di un “network comunicazionale” che si differenzia dai “network fisici” (Meet up, ad esempio) e “virtuali” (i giochi di ruolo online):

Mentre tutti gli altri network crescono sulla base (e secondo le regole) di un’applicazione progettata da qualcuno e legata ad un indirizzo web attraverso cui la si raggiunge, i weblog non sono costruiti attorno ad un social software: sono “ovunque” e hanno determinato le loro regole attraverso la prassi seguita da milioni di persone.

La blogosfera, insomma, è una rete nella Rete, o se preferite, una “contro rete”, in quanto non nasce dal design o dalla progettazione, ma dall’autodeterminazione e dallo sviluppo collaborativo. I weblog, per dirla sempre con Granieri, “sono nati e tendono ad evolversi nelle direzioni che indica l’interesse comune”.

Che altro dire? Spero proprio di non parlare in un deserto di bit!


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