4 Gennaio 2007
C’era una volta il binomio donne e motori. Bei tempi. Sinuose e procaci signorine adagiate su fiammanti bolidi a quattro (o due) ruote, con sguardo da panterona e movimenti lascivi.
Nell’era di Google, i motori per eccellenza sono i motori di ricerca e accanto ad essi vanno di moda i professionisti. Managers e motori. Non è altrettanto stuzzicante, ma that’s the way of the world. Andranno d’accordo o no?
La risposta arriva da una ricerca condotta da Convera, dalla quale emerge che i professionisti non sono troppo soddisfatti dei motori di ricerca. I soliti perfezionisti.
- Solo il 21% degli intervistati pensa che la ricerca sia stata effettivamente “compresa” dai motori.
- Solo un professionista su 10 trova quello che sta cercando al primo tentativo.
- Il 70% del campione finisce con l’essere sviato dai risultati di ricerca e si ritrova inavvertitamente su siti che non intendeva visitare.
- Solo il 40% degli intervistati è realmente soddisfatto dei risultati di ricerca.
Una schifezza insomma. In sostanza, secondo i professionisti, i motori di ricerca sarebbero più vicini ai consumers che alle loro esigenze.
Difficile dargli torto. Se cercate la parola “Sony” su Google, non troverete di certo la storia dell’azienda e il suo profilo finanziario, ma una carrellata di siti che offrono prodotti Sony: videocamere, portatili, televisori, ecc.
Eppure basterebbe un minimo di sforzo… che so… cercare “storia Sony” per trovare informazioni più adatte ad esigenze professionali.
I motori di ricerca sono “consumer oriented” in quanto basati sul concetto di popolarità. Su questo assunto ruota il Page Rank. E’ ovvio, dunque, che le informazioni di cui sono alla ricerca i professionisti non rientrano propriamente nella categoria delle ricerche popolari.
Le questioni sono 2: o i professionisti imparano ad usare i motori in modo diverso (agendo più da professionisti e meno da consumatori) oppure è ora di far largo ai motori verticali.
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30 Dicembre 2006
AdCenter, il sistema pay-per-click di Microsoft, ancora non è operativo in Italia. Probabilmente lo sarà il prossimo anno. Motivo in più per iniziare a prendere in considerazione anche questa piattaforma, di cui tanto bene si dice nei Paesi in cui già è presente: Francia, Regno Unito, Canada, Singapore e, ovviamente, gli States.
Tempo fa mi sono imbattuto in un ottimo post di Dixon su WebmasterWorld, che esemplificava in maniera egregia i plus di MSN AdCenter. Vediamoli insieme.
EVP, ossia Editorial Verification Process. Ogni volta che si inserisce un annuncio, quest’ultimo deve passare attraverso un processo di verifica e successiva approvazione/disapprovazione. Di seguito alcune linee guida da seguire:
- Pertinenza fra keywords, annunci e landing page.
- Vietati i pop-ups.
- Vietato l’uso eccessivo della punteggiatura.
- Vietata l’espressione “Click here” nell’annuncio.
- E’ possibile usare abbreviazioni.
- Meglio il deep link della home page.
Se aggiungiamo il Landing Page Quality (e non è poco!), sembra tanto di leggere le linee editoriali di Google, non trovate?
Inoltre:
- Il bid (ovviamente) influisce sulla posizione dell’annuncio.
- Il targeting consente di scegliere l’utenza più adatta al proprio business.
- Il Research Tool consente di identificare nuove keywords e prevederne il volume di traffico e le caratteristiche demografiche.
- E’ possibile definire bids diversi in base al segmento demografico. Se, ad esempio, un determinato prodotto viene acquistato maggiormente da uomini fra i 25 e i 35 anni, è possibile aumentare il bid in relazione alle ricerche effettuate da persone appartenenti a tale categoria demografica.
C’è molto AdWords in Microsoft AdCenter. D’altronde il sistema Google funziona e uniformarsi sembra essere l’unico modo per non disorientare gli inserzionisti. Ne sa qualcosa YSM…
Concludendo, non ci resta che attendere lo sbarco in Italia. Nel frattempo ci consoleremo con Yahoo Panama. Ammesso che sia pronto entro il Q1 2007…
Buon Capodanno a tutti!
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27 Dicembre 2006
La caccia all’uomo, pardon, al motore di ricerca per eccellenza (ovvero Google) continua.
Stavolta è Wikipedia, nella persona del suo fondatore Jimmy Wales, a lanciare il guanto di sfida al trio delle meraviglie di Mountain View.
Sviluppato insieme ad Amazon e ad un gruppo di finanziatori della Silicon Valley, il nuovo motore di ricerca di Wiki Inc sarebbe già in dirittura d’arrivo, al punto che l’uscita potrebbe avvenire addirittura entro la fine del Q1 2007.
Al Page Rank di Google, Jimmy Wales oppone la stessa filosofia che anima Wikipedia: il contributo degli utenti.
Essentially, if you consider one of the basic tasks of a search engine, it is to make a decision: ‘this page is good, this page sucks’. […] But we have a really great method for doing that ourselves. We just look at the page. It usually only takes a second to figure out if the page is good, so the key here is building a community of trust that can do that.
In un’intervista rilasciata al Times, Wales scopre l’acqua calda. Eppure spesso sono le cose più ovvie a funzionare meglio, no? Certo, ai più attenti non può esser sfuggita una vaga assonanza con l’Expert Rank di Ask. Ma qui siamo un passo avanti. O indietro? La rivincita degli umani sugli algoritmi
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27 Dicembre 2006
Il 2007 sarà l’anno della “video search”. Così parlarono gli esperti. E’ dunque importante capire come ottimizzare le pagine che ospitano i video per farle “digerire” nel modo migliore dai motori di ricerca.
In tal senso vi consiglio di leggere un articolo molto esaustivo di Amy Edelstein, che raccoglie alcuni preziosi suggerimenti da parte dei guru di settore.
Alcune anticipazioni.
- I nomi dei files non devono essere numerici ma testuali e devono comprendere keywords in target con il video.
- Ottimizzate il contenuto della pagina che ospita il video.
- Sottoponete ai motori le pagine con i video (submit, submit, submit!).
- Create una diversa sitemap per i video con meno di 1000 links.
- Title e description tags delle pagine con i video devono essere ricche di keywords in target.
Il resto scopritelo da soli
P.S.: Per chi ricomincia a lavorare dopo le abbuffate natalizie… buon rientro!
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21 Dicembre 2006
Lo dice Shuman Ghosemajumder, program manager in Google e guru del click fraud. E ne accenna anche Matt Cutts nel suo blog, spalleggiando il suo collega e dando vita ad un thread dai contenuti interessanti.
La notizia è di quelle che fanno scalpore. Quasi quasi sembra una favola. Ed in effetti di un misunderstanding si è trattato.
Instead, what I said is that the quantity of invalid clicks which we detect as a result of reactive investigations is a “negligible proportion” of the total number of invalid clicks. Andy asked me if that percentage is less than 2%. I told him that I was not able to provide a bound, but yes, “negligible” certainly means less than 2% of invalid clicks.
Shuman voleva dire che la percentuale dei clicks non validi rilevati in seguito a segnalazioni degli advertisers è inferiore al 2%. Questo significa che i restanti “invalid clicks” (98%) vengono rilevati proattivamente da Google e non vengono nemmeno addebitati agli inserzionisti.
La percentuale totale di clicks fraudolenti, così scrive Andy Beal, dovrebbe attestarsi attorno all’8-9%.
Il che abbasserebbe la percentuale di “invalid clicks” non rilevati proattivamente da Google allo 0,18% (grazie a Peter per il calcolo). Non è un po’ poco? E che dire della marea di clicks fraudolenti ignorati sia da Google che dagli inserzionisti?
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16 Dicembre 2006
Leggo su MarketingVox che gli inserzionisti coinvolti nei primi test di Panama sarebbero molto soddisfatti della nuova piattaforma PPC made in Yahoo. Finalmente all’orizzonte si profila una valida alternativa a Google AdWords, facile da gestire, flessibile e ad alto potenziale di targetizzazione.
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16 Dicembre 2006
Non fai in tempo a chiarire un concetto, che subito il Centro Assistenza AdWords pensa bene di buttarla in caciara (come si dice a Roma)
Nel post recente dedicato al Quality Score, dicevo che il QS è uno solo e influisce su 3 fattori: minimum bid, posizione dell’annuncio sulle pagine di ricerca e posizione dell’annuncio sulle pagine di contenuto.
In realtà non è cambiato nulla concettualmente, ma Google ha pensato bene di aggiungere una nota che recita così:
Il punteggio di qualità utilizzato per determinare il posizionamento dell’annuncio è leggermente diverso da quello preso in considerazione per determinare l’offerta CPC minimo richiesta per l’annuncio. Il punteggio di qualità generale delle parole chiave viene determinato in base alla percentuale di clic (CTR) delle parole chiave e alla pertinenza di parola chiave, testo dell’annuncio e pagina di destinazione. Il punteggio di qualità utilizzato per determinare il posizionamento degli annunci viene determinato in base a percentuale di clic (CTR) delle parole chiave e alla pertinenza di testo e di parole chiave in relazione alla ricerca di un utente.
Riformulo dunque il post precedente in base alle specifiche di Google (così siamo pignoli fino in fondo).
Esistono dunque 2 tipi di Quality Score. Chiamiamoli (per dirla con Mendez) QS1 e QS2.
- QS1 = CTR delle parole chiave + pertinenza della parola chiave, del testo dell’annuncio e della pagina di destinazione rispetto alla ricerca fatta dall’utente + LPQ (Landing Page Quality).
Il QS1, dunque, comprende il parametro LPQ e incide sul QBB (Quality Based minimum Bid) e sull’Ad Rank Content (ossia sulla posizione dell’annuncio nella Rete di Contenuto).
- QS2 = CTR delle parole chiave + pertinenza della parola chiave e del testo dell’annuncio rispetto alla ricerca fatta dall’utente.
Il QS2, invece, non comprende l’LPQ e incide sul Ad Rank Search (ossia sulla posizione dell’annuncio nella Rete di Ricerca).
C’è da chiedersi come mai (nell’esperienza di lavoro quotidiana) accade che una keyword con un CTR addirittura più alto rispetto a prima e con un annuncio assolutamente pertinente sia passato dalla prima alla seconda pagina. Una spiegazione ce l’ho: la landing page non piace a Google. Ma non si è detto che il parametro LPQ incide solo sul minimum bid e non sulla posizione dell’annuncio?
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15 Dicembre 2006
Mi scuso con tutti i lettori di Controrete per la latitanza, ma i recenti sviluppi professionali e personali non mi danno tregua. Così, in attesa di trasferirmi a Dublino per affrontare l’ennesima avventura (gennaio si avvicina inesorabilmente!), mi riprometto di farmi vivo nel weekend con tanti “gustosissimi” aggiornamenti
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9 Dicembre 2006
Andando su http://eval.google.com e inserendo i giusti parametri di accesso, è possibile valutare la qualità degli annunci AdWords.
Ovviamente per farlo bisogna far parte dell’EWOQ Group, ossia
International agents get paid $20 for each hour they refine the search results of Google.
Qui trovate tutte le info del caso.
Ad ogni modo è interessante sapere che, oltre all’algoritmo, Google si serve anche di umani per valutare la LPQ degli inserzionisti AdWords i siti che vengono indicizzati nelle SERP.
All’inizio pensavo fosse il solito rumour. Poi mi sono imbattuto in questo articolo di Seroundtable, in cui ho appreso che molti advertisers AdWords webmasters hanno notato referrals di questo tipo:
https://www.google.com/evaluation/search/rating/task-edit?task=XXXXXX
Se avete un Google Account e provate a cliccare sul link, visualizzerete il seguente messaggio:
Forbidden
The user [username]@gmail.com is not a member of EWOQ. Please contact the ratingprojects@google.com for access.
Algoritmo + Valutazione umana. Il mistero si infittisce. E se, fra una valutazione e l’altra, i Quality Raters dessero un’occhiata anche agli annunci AdWords? Fonti affidabili interne a Google lo escludono categoricamente…
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6 Dicembre 2006
Molte aziende ormai scelgono il paid search, ma poche lo sfruttano adeguatamente. Così leggo su eMarketer, che riprende uno studio di e-tailing group.
Il 44% degli intervistati alloca il 20% del budget pubblicitario sul PPC. Il programma più usato, manco a dirlo, è Google (100%), seguito da Yahoo (90%), MSN (76%) e Ask (27%).
Ciò che più preoccupa è che il 27% del campione (tutti executives) non conosce il costo conversione in relazione al valore del singolo sale…
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